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Appalti e subforniture

La responsabilità in solido per contributi e paghe impone una scelta attenta dell’operatore

Esternalizzare alcuni servizi dell’azienda in modo non regolare può comportare rischi anche sotto il profilo della responsabilità solidale. Il committente è infatti responsabile in solido con l’appaltatore per tutte le omissioni contributive e retributive accertate a carico dell’appaltatore stesso.

Lo stabilisce l’articolo 29 del Dlgs 276/2003, esteso recentemente dalla Corte costituzionale anche al contratto di subfornitura.

Nelle circolari 6 e 7 del 29 marzo 2018, l’Ispettorato nazionale del lavoro ha richiamato l’attenzione degli ispettori sul tema delle esternalizzazioni irregolari, dell’appalto e della responsabilità solidale.

Vediamo, dunque, cosa serve per realizzare processi di appalto in modo genuino e conoscere le conseguenze che possono derivare da queste dinamiche.

Qualifica di imprenditore. Tra gli indici che possono fare emergere la non genuinità dell’appalto, c’è in primo luogo la mancanza in capo all’appaltatore della qualifica di imprenditore, desumibile dalla documentazione fiscale o di lavoro, ma anche dalla carenza di specializzazione o esperienza in quel determinato settore produttivo.

Potere direttivo. Un altro rilevante elemento di valutazione è l’assenza dell’esercizio del potere direttivo da parte dell’appaltatore nei confronti dei propri dipendenti, che non si deve arrestare alla sola gestione amministrativa del personale. In pratica, l’appaltatore deve essere in grado di organizzare e dirigere i lavoratori per realizzare quanto pattuito con il contratto di appalto.

Mezzi e attrezzature. Se poi l’appaltatore non fornisce i mezzi o le attrezzature per realizzare il risultato indicato dall’appalto, si potrebbe ipotizzare un appalto non genuino, soprattutto negli appalti “leggeri” (si pensi ai servizi di pulizia), sempre se è assente un potere di organizzare le proprie maestranze: in sostanza, l’appaltatore deve contribuire in maniera significativa al raggiungimento del risultato dedotto nel contratto che il committente non può altrimenti realizzare con la propria attività imprenditoriale.

Rischio d’impresa. L’articolo 29, comma 1, del decreto legislativo 276/2003 introduce anche il concetto di rischio di impresa, inteso come eventualità di non coprire tutti i costi dei materiali, delle attrezzature e della manodopera impiegati per la realizzazione dell’opera o del servizio. Tuttavia, il rischio imprenditoriale deve essere esteso anche alla possibilità di non ricevere il corrispettivo pattuito per l’attività svolta e di dover comunque corrispondere le retribuzioni ai propri dipendenti, unitamente al pagamento della contribuzione previdenziale e assistenziale. In definitiva, si potrà avere un appalto illecito se l’appaltatore, in accordo con il committente, determinano il corrispettivo sulla base della retribuzione oraria dei lavoratori e dei contributi da versare.

Se i profili descritti non sono rispettati, il lavoratore coinvolto nell’appalto può chiedere la costituzione di un rapporto di lavoro alle dipendenze del soggetto che ha utilizzato la prestazione (committente imprenditore): questa conseguenza si verifica anche in sede ispettiva.

Sul piano sanzionatorio, lo pseudo-appalto è punito dall’articolo 18, comma 5-bis, del Dlgs 276/2003, con una sanzione pecuniaria pari a 50 euro per ogni lavoratore occupato e per ciascuna giornata di lavoro, che in ogni caso non può essere inferiore a 5mila euro né superiore a 50mila euro.

Anche in caso di appalto genuino, può scattare una responsabilità oggettiva, attraverso il regime della solidarietà prevista dall’articolo 29 del Dlgs 276/2003: il committente imprenditore o datore di lavoro, infatti, è obbligato in solido con l’appaltatore, e con ciascuno degli eventuali subappaltatori entro il limite di due anni dalla cessazione dell’appalto, a corrispondere ai lavoratori i trattamenti retributivi, comprese le quote di trattamento di fine rapporto, nonché i contributi previdenziali e i premi assicurativi dovuti in relazione al periodo di esecuzione del contratto di appalto.

Il coinvolgimento è invece escluso per quanto riguarda l’eventuale applicazione delle sanzioni civili, di cui risponde solo il responsabile dell’inadempimento.

Fa il punto sulla subfornitura, nell’ambito della responsabilità solidale, la circolare 6/2018 dell’Ispettorato nazionale del lavoro: l’intervento mira a recepire nella prassi ispettiva il principio contenuto nella sentenza della Corte costituzionale 254/2017, con la quale è stato allargato in misura rilevante il perimetro di responsabilità delle imprese che esternalizzano in tutto o in parte un processo produttivo, ricorrendo alla subfornitura.

La legge 192/1998 definisce come contratto di subfornitura il rapporto nel quale un’impresa committente si avvale di un’impresa fornitrice per la produzione di prodotti finiti o più spesso di semilavorati. Nel dettaglio, la norma individua due possibili forme di subfornitura:

  1. la prima forma, nota come subfornitura “di lavorazione”, è quella nella quale un imprenditore (subfornitore) si impegna per conto dell’impresa committente a effettuare lavorazioni su prodotti semilavorati o su materie prime fornite dal committente stesso;
  2. la seconda forma, nota come subfornitura “di prodotto”, è quella nella quale il subfornitore si impegna a fornire prodotti o servizi destinati a essere incorporati o usati nell’attività economica del committente, in conformità a progetti esecutivi, conoscenze tecniche e tecnologiche, modelli e prototipi, forniti dall’impresa committente.

Il contratto di subfornitura presenta diversi profili di apparente vicinanza con l’appalto;

Con la sentenza della Consulta, i committenti possono essere chiamati in solido per tutti i crediti dei subfornitori: è opportuno introdurre, quindi, alla stipula del contratto, un pacchetto di “cautele” per individuare un fornitore affidabile, con la consapevolezza che non sarebbero comunque utili ad annullare l’eventuale coinvolgimento in solido.

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